15. luglio 2007

Vade retro suor Letizia

Vade retro, arte e omosessualità Mi stavo organizzando per andarla a vedere questa Vade retro, arte e omosessualità e mi dispiace immensamente che sia stata cancellata. Avrei dovuto immaginarlo che sarebbe finita così: prima la querelle sul nome (il primo titolo proposto era Froci, troppo forte, di seguito era stato pensato Ecce (H)omo, accantonato per il riferimento religioso troppo provocatorio) poi la limitazione ai minorenni.
Non mi pareva vero di aver a solo un paio d’ore di macchina le opere dei miei eroi David LaChapelle, Nobuyoshi Araki, Nan Goldin, Timothy Greenfield-Sanders, Andrés Serrano, Helmut Newton, Erwin Olaf per citarne alcuni. Senza contare che sarebbe stata un’ottima occasione per avvicinarmi ad altri artisti.
Invece è saltato tutto. Vaffanculo.

Wilhelm von Gloeden, Nudo maschile, 1900 caMichele Serra su Repubblica di oggi:

Al netto delle ciance politicanti, e delle spassose baruffe tra “suor Letizia” e il suo vivace scudiero Sgarbi, la soppressione della mostra milanese su arte e omosessualità è una pagina nera. La frase “a Milano non ci sono le condizioni, proveremo altrove” suona come una assurda retrocessione di Milano (molti anni fa tra le vere capitali della cultura europea) al rango di borgo bigotto. Milano sazia e disperata: sazia di quattrini e di traffico, di smog e di vetrine, disperata perché costretta a ingoiare il gesto profondamente anticulturale e antiliberale di una censura così morbosa, e così ridicola, da far dire agli organizzatori della mostra “forse riproveremo a Savona”, che come è noto è una rutilante Sodoma cosmopolita, e sta vivendo un momento di febbrile vivacità culturale che tutto il mondo ci invidia.
Dicevano le avanguardie, molti anni fa, che la cultura italiana non riusciva a guardare oltre Chiasso. Ripiegheremo su Savona? Colonne di milanesi ribelli imboccheranno l’autostrada dei Fiori per vedere le opere indegne di essere esposte a Milano? E le opere stesse, che cosa hanno di così oltraggioso da essere caricate sui Tir e portate fuori le mura, come rifiuti speciali da smaltire a distanza? Arte degenerata, siamo di nuovo a questo? Sì, siamo di nuovo a questo.

05. marzo 2007

Nobuyoshi Araki, donne (come fiori) e rettili

Nobuyoshi ArakiNobuyoshi Araki è sicuramente uno dei più grandi fotografi del sol levante. Di lui si dice che sia una persona semplice, simpatico, un bambino mai cresciuto: ci si può fare un’idea guardando l’home page del suo sito web (purtroppo in giapponese) dove è proposto un suo ritratto, a mio avviso, molto emblematico.
Nobuyoshi Araki nasce a Tokyo nel 1940 e dopo gli studi di fotografia inizia a lavorare presso un’agenzia pubblicitaria. Qui conoscerà Yoko, quella che diventerà la sua adoratissima moglie e la sua musa ispiratrice. Dopo il matrimonio, Araki pubblicò una raccolta di fotografie (Sentimental journey, 1971) scattate alla moglie durante il loro viaggio di nozze. Yoko morì nel 1990 di cancro alle ovaie. Le foto dei suoi ultimi giorni vennero pubblicate da Araki in un libro dal titolo Winter journey, nel quale si congeda dalla compagna morente stringendole dolcemente la mano mentre è distesa sul letto della sua agonia.
La ricerca di Nobuyoshi Araki è complessa, articolata e multiforme. E’ per questo che la sua imponente produzione è ricchissima di sfumature: la plasticità dell’amplesso, il volto delle donne, le strade e la vita quotidiana a Tokyo, la bellezza cromatica dei fiori, i cieli giapponesi.
Araki scatta in continuazione, usa apparecchi semplici come istantanee Polaroid che poi assembla in mosaici. Rendono l’idea di quanto sia bulimico il suo approccio con l’immagine.
La sua produzione erotica più volte è stata etichettata come pornografia. A mio parere il suo erotismo estremo nulla ha di volgare e non può essere inteso come frutto di un semplice divertissement voyeristico. Per Araki la fotografia è un fugace atto d’amore dove sesso e sacro si mescolano, l’occhio della macchina fotografica una sorta di prolungamento meccanico del proprio sesso e lo scatto il momento dell’orgasmo, cui il soggetto è chiamato a partecipare. Guardare le sue foto è un continuo esercizio di penetrazione, un ripetuto amplesso visivo. Sia che si stia guardano un suo scatto rappresentate la maestosa sensualità cromatica di un fiore, sia che al nostro occhio venga proposta la cruda nudità di una donna.
Il sesso femminile sbattuto in primo piano e alcuni elementi di disturbo, come i rettili di gomma (iguane, ramarri e addirittura miniature di Godzilla) o le situazioni di fetish bondage, non devono far cadere nella trappola che Nobuyoshi Araki maliziosamente tende: la vera sensualità, la vera ricerca nel mistero dell’esistenza, l’analisi dei menadri dell’amore e del desidero sono racchiusi nello sguardo, negli occhi delle sue modelle.
Del suo lavoro Nobuyoshi Araki dice:

Dirò una cosa che potrà sembrare estrema, assurda: io non so nulla circa la natura delle donne. Tutte sono diverse, ognuna ha il suo fascino e per questo io le fotografo. Attraverso l’obiettivo io cerco di estrarre l’essenza delle cose e, nel caso delle donne, ciò che esse sono, il loro vivere quotidiano, oppure la loro sessualità. Tutte sono però differenti l’una dall’altra, e per questo io continuo a scattare.

Alcune foto: galleria uno, galleria due.
La mia particolare selezione: galleria tre.