30. maggio 2008

Lussuria – Seduzione e tradimento

Lussuria - Seduzione e tradimentoCome spesso capita nella traduzione dei titoli, anche Lussuria, probabilmente è stato scelto per invogliare il voyeurismo dello spettatore. Nulla di più sbagliato, perché la prima scena erotica esplode dopo oltre un’ora dall’inizio di questo lungo e particolarissimo film.
Una meravigliosa Marlene Dietrich canta Do you something to me di Cole Porter proprio all’inizio di questo spy-thriller-storico, ambientato negli anni ’40, durante la seconda guerra mondiale fra Hong Kong e a Shanghai dove una giovane affascinante aspirante attrice, abbraccia la lotta armata clandestina e decide di sacrificare la sua verginità cercando di sedurre un sadico, cattivissimo traditore che collabora con i giapponesi.
La giovane donna riuscirà nell’intento di sedurre il cinico potente uomo, ma proprio qui si cela l’inaspettata sorpresa: la ragazza, inesperta d’amore viene travolta dallo sfrenato, violento erotismo che le fa raggiungere inimmaginabili vette di piacere. D’altra parte, lui, rimane incantato dall’innocenza e inesperienza di lei. E la passione esplode, fino all’epilogo drammatico e toccante. Film complesso, ma curato nei dettagli e nella psicologia dei vari personaggi.
La suspence emozionale, di cui Ang Lee è maestro, cattura fino a fare dimenticare il tempo che passa (due ore e mezza).
Cast assolutamente all’altezza: il musone di Tony Leung ben si amalgama con la perfidia del suo personaggio. Standing ovation per la giovane Wei Tang: una bella scoperta. Le auguriamo un futuro ricco di soddisfazioni.
Lussuria fornisce un’ulteriore conferma del formidabile senso estetico del regista taiwanese: lascia senza fiato la sequenza girata nel Cafè dove la giovane si profuma prima dell’incontro amoroso, indicibile sensualità. Una raffinata e lenta ripresa al tavolo da gioco di alcune signore cinesi ricorda Wong Kar-wai, per l’eleganza e l’accuratezza dei dettagli.

26. maggio 2008

Sbatti la mutanda in prima pagina

Lisa Dalla Via, Marianne Puglia, StreakerNella stampa italiana c’è qualcosa che non va. Oppure sono i lettori che hanno qualche problema.

Notizie che all’estero trovano posto solo nelle pubblicazioni più gossippare da noi guadagnano ampio risalto sui maggiori quotidiani nazionali: per la Rachel che lavora nel porno e si sta per laureare alla Sorbona, in Francia l’imperativo è chissenefrega mentre noi italiani qui tutti a darci di gomito e fare dei sorrisini maliziosi grandi così.

In Inghilterra il raid streaker di Coverciano sarebbe stato raccontato solo da qualche tabloid mentre qui in Italia gli è stato dedicato il paginone, con tanto di foto, nel secondo giornale più letto della nazione.

Ma che notizia è? Quale rilevanza ha ai fini della preparazione della nazionale di calcio?
E’ solo un’immessa marchetta a quel programma spazzatura che è Lucignolo. La trasmissione che pubblicamente tutti gli italiani ricusano ma che nella solitudine dei loro salottini aspettano come appuntamento fisso.

17. maggio 2008

Una questione di sobrietà

Mara Carfagna

Conosco molti furfanti che non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante.
Indro Montanelli

Penso che il nostro paese sia pieno zeppo di moralisti. Di stampo religioso (solitamente i peggiori: la domenica in chiesa a lustrare inginocchiatoi poi il resto della settimana il decalogo non esiste). Di stampo politico (il giocattolo preferito del premier: il berluscattolo). Di stampo filosofico (Dio ci salvi da Pera) ecc.

L’onorevolA Mara Carfagna invita i gay ad essere più sobri. Lei che ha sfilato seminuda su passerelle e palchi. Lei che si è fatta fotografare nelle pose meno sobrie e meno vestite che ci sono in circolazione.

Ha aggiunto che “per volersi bene il requisito fondamentale è poter procreare, mentre i gay sono costituzionalmente sterili”.

Ma lo sai lei che, quando non si poneva il problema della sobrietà, con le sue chiappette in bella mostra ha fatto sì che un sacco di italiani hanno praticato riti onanistici con spargimento di seme, che anche la bibbia condanna?

Qualcuno dica alla ministrA che può bastare tagliarsi i capelli e infilare un tailleur, come ha fatto lei, per essere sobri ma sicuramente non basta per acquisire il diritto di insegnare la sobrietà al mondo. Non dopo aver mostrato a tutti culo e tette.

12. maggio 2008

La lezione di Terry Richardson

Annie by Terry RichardsonAcquistare una macchina fotografica seria, ad alta definizione, magari una reflex digitale da 10 megapixel, è una spesa ormai alla portata di quasi tutti: con 700/800 € si può mettere le mani su strumenti in grado di soddisfare anche i fotografi più esigenti.
Ma basta questo per fare una buona foto?
No. E tanti grandi maestri lo insegnano.
Terry Richardson, uno su tutti, se ne sbatte allegramente della perfezione formale, del bello costruito ad arte, della location mozzafiato.
Ad esempio lo scatto di Batman e Robin che si baciano, oppure le foto con la cricca di Jackass: sfondo bianco e definizione simile a quella che si otterrebbe con una macchinetta usa e getta.
Eppure rappresentano lo scatto perfetto.
Si può cogliere la grandezza dell’artista anche sfogliando il magazine on line Richardsonmag. Prendiamo il servizio dedicato ad Annie, nel numero A2. Il messaggio di Terry Richardson è chiarissimo: me ne fotto della perfezione, sono altre le cose che fanno di una foto, una bella foto. E della perfezione se ne disinteressa talmente da farci conoscere anche quali sono gli shot che ha scartato, cancellandoli con un pennarello, e quelli che non lo convincono del tutto. Non contento inserisce nella serie due elementi di disturbo: due attempati naturisti e un David Hasselhoff, versione Baywatch, connotato da un make up molto femmineo che gli conferisce un aspetto plastificato.
La lezione di Terry Richardson è inconfutabile: non è lo strumento o la tecnologia a determinare la bravura di un fotografo ma il suo estro, la sua sensibilità, il suo saper cogliere.
In curiosa attesa del nuovo numero di Richardsonmag, strizzo l’occhio alla mia fotocamera sulla scrivania, promettendole follie.

08. maggio 2008

Esempi di Web 2.0 fuori dalla “scatola”

Lycia IntimaOrmai sono leggendarie le intuizioni di Paul The Wine Guy che nella rubrichetta IT everywhere (Informatica ovunque, traduzione di Richie) propone esilaranti riletture dei simboli e delle icone dell’informatica in contesti che nulla hanno a che vedere con i byte e i suoi multipli. Solo un esempio: un’edicola con l’affresco sbiadito di un santo, dove in alto a destra trovano posto anche i pulsanti per ridimensionare e chiudere la finestra (che in ambito informatico indica la porzione di video che delimita l’applicazione in esecuzione).
Forse Paul The Wine Guy non ne sarà al corrente però ci sono esempi concreti di applicazioni dei concetti Web 2.0 fuori da quella strana scatola con i tasti.
Osservate attentamente la confezione del prodotto nella fotografia (clicca per ingrandire) qui a fianco: la grafica non è forse l’esemplificazione perfetta di una tag cloud (la rappresentazione visiva del grado di importanza delle parole chiave)?
Vi voglio segnalare anche un altro tentativo di applicare i parametri Web 2.0 fuori dal loro ambito nativo: di prima mattina, su Radio2, va in onda Il Ruggito del Coniglio, un programma che basa il suo successo sull’interazione con gli ascoltatori.

Marco Presta (uno dei due conduttori): “E ora sentiamo Caterina da Potenza”
Caterina da Potenza: “Chiamatemi pure Catepol

Di seguito la bloggeuse ha confessato in diretta nazionale di tenere uno dei blog più letti in Italia. I due conduttori giustamente hanno accolto la notizia con il minimo sindacale di entusiasmo. L’autoreferenzialità tipica dei blogger massaggia l’ego degli stessi però purtroppo non cambia le sorti di una nazione e soprattutto alla radio non funziona per niente: me la immagino la famosa casalinga di Voghera che ascolta la radio mentre sta curando la sua igiene personale (magari con Lycia Intima): “Blog? Catepol? Ma cos’è sta roba?”.
Peccato che nel podcast della trasmissione sia stata tagliata la sua telefonata: tutti dovevano godersi l’esibizione della Catepol nazionale che canta “Maglietta di qua, maglietta di là” sull’aria di Grace Kelly di Mika.

02. maggio 2008

Come l’ombra

Come l’ombraAmbientato in una Milano resa silenziosa dalle ferie d’agosto il film scruta l’esistenza di Claudia, trentenne single, un buon lavoro e appartamentino confortevole nei pressi del centro. Claudia si lascia scorrere addosso la vita tra piccoli riti: le lezioni serali di russo, la spesa, il film d’autore, il libro best seller, la visita alla mamma, il fine settimana con gli amici, gli amplessi senza trasporto emotivo, il bucato messo ad asciugare.
Ad incrinare questa ripetività arriva un nuovo insegnante di russo, Boris, intrigante e affascinante, che, finito il corso scompare nel nulla. Ricompare per chiedere un favore a Claudia: ospitare Olga, che lui presenta come cugina. Olga, in principio mal accettata, riesce a creare un’empatica sintonia, una complicità che a Claudia mancava, che sfocia in amicizia. Quando anche Olga scompare misteriosamente, Claudia reagisce come se le fosse tolta una parte di sé, quella parte irrazionale e misteriosa che non aveva mai ascoltato.
E scaverà nella Milano desertificata per cercare tracce di Boris e di Olga…

La regia di Marina Spada è asciutta, lascia spazio a lunghi silenzi, alla lentezza, in un certo senso voyeuristica perchè la cinepresa non è mai una presenza ingombrante ma in disparte, si limita a registrare il susseguirsi delle vicende, senza interferire nella scena. Sono evidenti le influenze di Michelangelo Antonioni e Wong Kar-wai.
Di forte impatto il cast: Anita Kravos (Claudia) è proprio la ragazza della porta accanto, di una bellezza sincera, pure Karolina Dafne Porcari (Olga) che deve incarnare lo sterotipo della bellona esteuropea è bella, senza strafare. Questo permette di apprezzare maggiormente le loro interpretazioni. Ma la protagonista assoluto è la città di Milano, quella multientnica, quella delle insegne dell’Esselunga, quella dei grandi semafori e dei vialoni deserti per via delle vacanze estive, dei non luoghi dove non c’è passato né futuro ma solo l’attimo presente, dove tutto è anonimo.
E’ in questo senso che va interpretato il titolo del film, tratto da una poesia di Anna Achmatova. La stessa Marina Spada afferma: Ho scelto questa frase perché il film mostra persone che vivono per proprio conto, persone che sembrano quasi essere invisibili.
Un ottimo esempio di film a basso budget ma di grande qualità. Consigliato caldamente.

Come vuole l’ombra staccarsi dal corpo
Come vuole la carne separarsi dall’anima
Così adesso io voglio essere scordata