27. febbraio 2008

La donna nuda nella pubblicità

Men don’t want to look at naked manIn questo blog la nudità, l’armonia del corpo, la fisicità sono tenute sempre in grande considerazione.
Però un conto è ammirare ed esaltare le metafore del linguaggio dei gesti, le allusioni erotiche, la sensualità, l’estetica delle movenze seduttive che nutrono la vista e l’anima, un altro conto è utilizzare culi e tette per far vendere un prodotto, per abbindolare l’indifeso consumatore…
Elisabetta Rotriquenz, docente presso la Facoltà di Psicologia di Firenze, lo dice chiaramente: il nudo femminile non attira solo il maschio ma anche la femmina, perchè quest’ultima, per un desiderio di omologazione, è spinta all’emulazione.

Salvo rarissime eccezioni, quando un’agenzia pubblicitaria ricorre al nudo, al cucciolo o al neonato per far scattare determinati meccanismi inconsci vengo colto da immenso fastidio… Lo percepisco come un insulto alla mia ed altrui intelligenza.
Non fa eccezione la campagna Men don’t want to look at naked men dell’azienda danese JBS che produce e vende intimo maschile: tentare di deridere gli stereotipi maschili [colazione, masturbazione, evacuazione] non alleggerisce la responsabilità dei cervelloni dei pubblicitari che si sono talmente sforzati per cercare uno slogan innovativo da ricorrere alla nudità della donna.
Non sarebbe giunto il momento, dopo decenni della solita solfa, di creare davvero linguaggi innovativi?

Tanto più che alla base di quel messaggio, cari creativi, c’è un errore di fondo: per la quasi totalità della parte pelosa del cielo, quella che si ingrifa per i culi e le tette, le mutande sono solo mutande e vanno comprate (solitamente bianche) in confezione da 10 a pochi euro, quindi il suddetto messaggio sortisce un effetto che si traduce in un acquisto soprattutto nelle donne in cui è scattato il citato meccanismo dell’emulazione.
Ma così facendo si è tagliato fuori una consistente fetta di mercato, di potenziali acquirenti maschi che non hanno figli e hanno più soldi da spendere: i gay.

Se nudo doveva essere, cosa comunque deprecabile in campo pubblicitario, sarebbe stato meglio puntare al target giusto: lo sanno bene i signori D&G che nei cartelloni pubblicitari piazzano sempre quei bei marcantoni metrosessuali… e infatti i loro boxer, short o parigamba che siano si vendono come il pane.

22. febbraio 2008

Hollywood Bau – Dimmi cosa vedi

Hollywood Bau - Dimmi cosa vediHollywood Bau (Holly) dopo una fortunata carriera da pornostar, chiude con il suo passato e, con l’amica Alyson e il pinguino parlante Pepe, apre un motel situato in mezzo al deserto, il Morlako Resort. La morte violenta del fidanzato della sua migliore amica è il fattore scatenante di una implacabile furia vendicativa. Hollywood Bau torna ad essere una lottatrice indomabile, che non si placherà fino a che non sarà fatta vendetta.
Dimmi cosa vedi ha ambientazione cyberpunk alla Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philip K. Dick. In comune ha pure la controversa figura del predicatore/santone che mira ad aumentare il numero di adepti dei quali tenere sotto controllo la mente. Non si può sbagliare chiave di lettura se si considera che il nome della città dove è ambientata la vicenda è Etemenanki, è biblicamente il nome della famosa torre di Babele.
Riferimenti al futuro si contrappongono a riferimenti al passato, senza tralasciare il presente: tra le varie citazioni troviamo anche il prototipo di uno dei tanti pseudo vip, reduce dal reality L’isola dei formosi, e lo sfottò al tormentone trash della canzone a mi me gusta la gasolina – dame mas gasolina.
Questo piccolo grande libro (lo si legge in un’oretta) è una dichiarata exploitation: Russ Meyer incontra Quentin Tarantino, ebbe a dire lo stesso Francesco Tacconi nel presentare la sua opera. Donne belle e spietate assetate di vendetta, vedi la saga Kill Bill, coinvolte in situazioni ambigue e duelli splatter, vedi Up! di Meyers.
Humor nero, ottima grafica ironca ed erotica, esplorazioni del sacro, rappresentazioni critiche della realtà e testi mai banali fanno di Dimmi cosa vedi, un ottimo divertissement.
Disegni e storia di Mauro Marchesi, testi e storia di Francesco Tacconi. Entrambi veronesi e… lo dico con orgoglio.

18. febbraio 2008

Subsonica live at Verona

Subsonica Eclissi Live - Foto di P.Modica

Ieri sera i Subsonica erano ospiti da Fabio Fazio a Che tempo che fa per presentare L’ultima risposta, il secondo singolo estratto dall’album L’eclissi. Con tanto di polemica al seguito.
Da queste parti siamo andati ad applaudirli dal vivo venerdì scorso.
Si sono esibiti in un palazzetto dello sport, ma i palazzetti, è noto, non sono progettati per i concerti ed il confronto con l’esibizione all’aperto Vicenza 2005 assolutamente non regge. I Subsonica però hanno bilanciato la pessima acustica con un vigoroso e spettacolare impianto luci. Una griglia mobile di led dava l’impressione che il gruppo stesse suonando rinchiuso in una gabbia, dove i fasci di luce rappresentavano le sbarre. Sorprendenti combinazioni di colori e di luci, hanno stimolato i nostri occhi.
Nella scaletta, comprensibilmente, c’era quasi tutto l’ultimo disco opportunamente miscelato con i brani storici. Un po’ in secondo piano invece Terrestre, di cui è stato suonato solo con Ratto e L’odore. L’anima dance della band torinese poco alla volta esce allo scoperto: Samuel presentando Il Centro della Fiamma l’ha dedicata ai ragazzi dell’altergego, la discoteca dove sono passati sia lui che Boosta a mettere i dischi. Si canta, si balla e si suda. Ma il loro motore è pure rock e ha carburato anche con la cover di Up patriots to arm, di Franco Battiato. Giù, nel catino del palazzetto si pogava di brutto. Ma è con Tutti i miei sbagli che ci si rende rendo conto della sacralità del culto della musica live: le pareti del palazzetto vibrano per l’unico, immenso coro che celebra i padroni del suono, sul palco. Lo Stagno, l’ultima canzone, eseguita con le luci che si accendono gradualmente come se si fosse colti da un’alba nel bel mezzo di un sogno, è stata commovente fino alle lacrime.

Non vedo più nessun male che mi possa ferire
Almeno per stanotte non c’è nessun dolore.
Lo Stagno

16. febbraio 2008

Blogger in cattività

Blogger in cattività
Clicca sull’immagine per ingrandire.

Credits:
Foto scattate al Sex & Entertainment di Città del Mexico.
Fonte Repubblica.it

11. febbraio 2008

World Press Photo 2008

World Press Photo 2008 - Tim HetheringtonLa foto di Tim Hetherington che ritrae un soldato americano che si riposa in un bunker in Afghanistan è stata giudicata dall’organizzazione olandese World Press Photo, la foto più significativa del 2007. La guerra come filo conduttore: anche la foto premiata l’anno scorso, scattata a Beirut da Spencer Platt aveva come sfondo le macerie del conflitto tra Istraele e miliziani Hezbollah.

Personalmente ritengo la foto delle quattro ragazze sulla cabrio, vincitrice nel 2007, molto più espressiva di quella premiata nell’edizione di quest’anno. Pur esprimendo una spaventosa drammaticità la foto di Tim Hetherington va a pescare in un immaginario, sul tema bellico, troppo inflazionato dai continui saccheggiamenti dell’industria del cinema. Insomma, la guerra vera mica fa più così paura, tanto siamo anestetizzati delle riproduzioni in celluloide. Era questo quello che voleva comunicare Spencer Platt.

Ma tornando all’edizione 2008: gloria anche per gli italiani Francesco Zizola, Simona Ghizzoni, Stefano de Luigi, Massimo Siragusa.

Le preferite del maniaco:

Zsolt Szigetváry, Hungary, MTI Stefano de Luigi, Italy, D La Repubblica delle Donne Fei Maohua, China, Xinhua News Agency Cristina García Rodero, Spain, Magnum Photos

07. febbraio 2008

Caramel

Caramel di Nadine LabakiCoinvolgente e frizzante, diretto dalla giovane libanese Nadine Labaki, racconta di donne in una Beirut che sembra ferma agli anni ottanta. Cinque donne che gravitano attorno ad un salone di bellezza. Donne, giovani e meno giovani, che parlano di loro, dei loro sogni. Donne immerse in una sorridente sensualità. Donne, con le loro lacrime. Una sorta di campionario della società: la bella che ha una relazione clandestina con uno uomo sposato, tormentata dalla gelosia verso la di lui moglie. La ragazza di religione mussulmana, che si deve sposare ma non è più vergine e teme la prima notte di nozze. La ragazza lesbica in lotta con se stessa perchè non riesce ad accettare la sua tendenza, anche per i pregiudizi della società in cui vive. La milf talmente ossessionata dallo scorrere del tempo e dalla inesorabile decadenza fisica che usa tintura rossa e assorbenti per millantare mestruazioni che la raggiunta menopausa ha fatto scomparire. Una dolcissima ormai anziana sarta che sacrifica la sua vita e un possibile nascente amore per stare accanto alla sorella minorata (straordinaria interpretazione).
Caramel è una miscela di zucchero, limone e acqua, che lasciata raffreddare diventa una pasta appiccicosa utilizzata, dalle ragazze nel salone in sostituzione dei costosi prodotti cosmetici francesi a cui rimanda l’insegna del negozio, per togliere i peli superflui.
Agrodolce è anche il registro in cui vengono trattati i temi della convivenza tra mussulmani e cristiani, del melting pot di culture tra stupide tradizioni e usanze millenarie, della solidarietà tra donne. Il paragone con Volver di Pedro Almodóvar è pertinente: anche qui le donne, molto diverse tra loro, fanno comunque quadrato per difendersi da uomini traditori, goffi e superficiali.
Da segnalare la scena del taxi dove le amiche, camuffate per non essere riconosciute, scortano Nisrine (Yasmine Al Masri) all’ospedale dove le verrà ricostruita l’imene (verrà RI-pa-ta-ta-ta): squisitamente tarantiniana. Ricorda entrambi gli episodi di Death Proof in cui le protagoniste sono in macchina e si lanciano in conversazioni surreali, quanto scollacciate, durante il tragitto.
Solo la regista è un’attrice professionista: le altre protagoniste sono persone comuni, che nella vita si occupano d’altro. Un cast di perfetti sconosciuti, che comunque ci regala interpretazioni davvero frizzanti e molto naturali.
Candidato all’Oscar come miglior film straniero. In bocca al lupo.

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