27. febbraio 2007

Il Vuoto – Franco Battiato

Richard Gekko @ Brutta Storia.
Recensione del nuovo singolo di Franco Battiato, Il Vuoto.

Tempo non c’è tempo sempre più in affanno
inseguo il nostro tempo vuoto di senso senso di vuoto
E persone quante tante persone un mare di gente nel vuoto

year play rest my way day thing man your world life
the hand part my child eye woman cry place work week
end your end case point tu sei quello che tu vuoi
government the company my company ma non sai quello che tu sei
Number group the problem is in fact
money money…

Danni fisici psicologici collera e paura stress
sindrome da traffico ansia stati emotivi
primordiali malesseri pericoli imminenti
e ignoti disturbi sul sesso

Venti di profezia parlano di nuovi dei che avanzano

year play…

Tempo non c’è tempo sempre più in affanno
inseguo il nostro tempo vuoto di senso senso di vuoto

Danni fisici psicologici collera e paura stress
sindrome da traffico ansia stati emotivi
primordiali malesseri pericoli imminenti
e ignoti disturbi sul sesso

Venti di profezia parlano di nuovi dei che avanzano

Tu sei quello che tu vuoi ma non sai quello che tu sei
end your case point Tu sei quello che tu vuoi
government and company my company ma non sai quello che tu sei
number group the problem is in fact
money money……..

Tempo non c’è tempo sempre più in affanno
inseguo il nostro tempo
vuoto di senso senso di vuoto

Franco Battiato

La title track del nuovo lavoro di Franco Battiato vede il featuring della band rock MAB, 4 ragazze sarde trapiantate a Londra.

L’artista catanese intervistato da Repubblica spiega come è nato il pezzo:

L’idea di questo brano è nata da un’indagine che ha fatto il dizionario di Oxford sulle cento parole più usate nel mondo, dopo tanti anni hanno trovato le più clamorose e le hanno pubblicate. Io ho preso da questa lista le prime venti, aggiustandole per dare musicalità e le ho utilizzate mettendole in una sequenza: year play rest my way e poi ci sono company, money, ma non ci sono mai le parole pace, amicizia e amore.

Il risultato è abbastanza lontano dalla ricerca stilistica e semantica a cui ci aveva abituato il maestro. Parole semplici, di uso comune, accompagnate ad un facile motivetto elettro pop rappresentano esattamente il disorientamento, l’abisso, il senso di vuoto (o il vuoto di senso) che caratterizza l’uomo e la società contempotanea.

Il video, realizzato anch’esso con le MAB è girato praticamente tutto a Catania e dintorni, il nuovo aeroporto, la stazione.

24. febbraio 2007

The Black Dahlia

The Black Dahlia Il film inizia con scene di guerriglia urbana nella Los Angeles del dopo guerra: pestaggi e demolizioni narrate, nella versione italiana, dalla voce fuori campo di Sergio Matteucci, il telecronista delle partite di calcio di Holly e Benji. Mi è sembrato abbastanza grottesco.
In un primo momento The Black Dahlia mi è sembrato il frutto di un Brian De Palma che si prende troppo su serio, che fa troppo il Brian De Palma: prendi il romanzo di James Ellroy (quello di L.A. Confidential) ispirato ad uno dei crimini impuniti più sconvolgenti della storia, lo condisci in salsa Omicidio a luci rosse e lo ambienti in epoca Gli intoccabili. Il risultato è un valido noir. Ma un noir come tanti, in cui è chiaro fin da subito che tutti mentono. La capisce molto in fretta il protagonista Bucky Bleichert (un ottimo Josh Hartnett), poliziotto con passato da pugile, che per farsi strada nella vita bisogna mentire. E mentre indaga sull’efferata morte di un’aspirante attrice (Mia Kirshner) soprannominata Dalia Nera, apprende che pure il suo socio e la sua fidanzata mentono. Il classico noir, avevo pensato proprio questo.
Ma un buon regista ti sa stupire: ti pugnalano al cuore gli episodi più sinceri del film, veri inserti che donano prestigio al complesso dell’opera. La cena a casa Linscott, dove la moglie palesemente ubriaca tira fuori dall’armadio gli scheletri della famiglia e le riprese sono una soggettiva del disagio dell’ospite nell’assistere ad un regolamento di conti. I provini della Dalia Nera, che si mette a nudo davanti alla telecamera, che sogna una vita à la Rossella O’Hara ma che per emergere si adatta a girare filmetti porno di lesbiche. Però davanti alla telecamera del casting, alle richieste della voce fuori campo del regista (nell’originale proprio di Brian De Palma) mette in mostra i suoi sentimenti, le sue debolezze, la sua fragilità. Il fatto che lei sia seminuda è marginale, la vera pornografia la esprimono i suoi occhi in lacrime. Qui ho pianto (ma ammetto che il mio sistema nervoso è definitivamente fottuto, quindi non fa propriamente testo).
Ho trovato grottesco anche il ribrezzo con cui una commissione di poliziotti ha visionato l’ultimo film di sesso lesbo in cui ha recitato la Dalia Nera. Ribrezzo figlio del puritanesimo anni cinquanta! Oggi, nella stessa situazione, si duplicherebbero ognuno la propria copia personale del film!
Scarlett Johansson e la sua bellezza tutta perfettina: che palle! Senza, però, nulla togliere al suo valore come attrice.
Hilary Swank a suo agio anche nel ruolo della snob femme fatale, anche se io la preferisco con le spalle muscolose o mentre balla per lo spot di Guerlain sulla musica di Hysteria dei Muse.

17. febbraio 2007

Jours tranquilles à Clichy

Jours tranquilles à Clichy

Molti uomini vivono in pacifica coesistenza con la propria coscienza sporca.
Henry Miller

Io no. E volevo prendermi una pausa dai rimorsi, volevo distrarmi. Leggere un libro mi avrebbe aiutato a pensare ad altro, credevo. Ho preso in mano Tropico del cancro, Henry Miller. Chissà quand’è stato che l’ho letto… Parecchio tempo fa, tanto da non ricordare. Si può anche rileggere.
Ho sfogliato le prime pagine dell’edizione Oscar Mondadori spulciando tra le righe della biografia dell’autore. Henry Miller per me significava solo due cose: Tropico del Cancro e un inizio. Mi ha sorpreso non poco quindi imbattermi in Giorni felici a Clichy, Parigi 1956. Perchè alla fine del settembre 2005, in un sabato sera triste, ho guardato un film francese intitolato proprio così. Ho verificato che il film di Claude Chabrol è proprio ispirato al romanzo autobiografico di Henry Miller. La cosa mi ha inquietato terribilmente. Al mio fianco, quella sera, dormiva sul divano una donna che non amavo più. Ci siamo lasciati di lì a poco.
Henry Miller ha rappresentato anche una fine e io non lo sapevo.
Negligenza mia perchè prima guardo i film, poi leggo le critiche e le recensioni, per non farmi influenzare. Ma Jours tranquilles à Clichy mi aveva talmente annoiato, come solo Showgirls di Paul Verhoeven c’era riuscito, che non ho voluto approfondire oltre.
Nel film, del 1990, di Claude Chabrol nemmeno si riconosce la forza e la precarietà delle passioni di Henry Miller. Poi i caffè del centro e gli alberghetti di Place Clichy sembrano più il ritratto della Parigi degli anni sessanta piuttosto che degli anni trenta, protagonisti del romanzo di Miller. Nel cast ci sono Anna Galiena, Barbara De Rossi, Eva Grimaldi: nemmeno le ho riconosciute. Il taglio intellettualistico e pretenzioso della regia, come del montaggio, nulla hanno a che vedere con il modo di scrivere di Henry Miller. Mi chiedo quale risultato avrebbe ottenuto uno come Jonas Akerlund con un plot del genere.
In buona sostanza, il film non mi lasciato nulla, ma assolvo il regista dall’accusa di aver snaturato il senso del romanzo:

Volevo parlare di sesso senza parlare d’amore, come fa Miller. E di un sesso per nulla tragico, ma al contrario gioioso. Questo ha comportato sicuramente un certo maschilismo. Ma non è detto che questo sia il mio punto di vista, sebbene Giorni felici a Clichy sia il più autobiografico di tutti i miei film. L’amicizia tra Miller e il suo compagno, meravigliosamente interpretati da Andrew McCarthy e Nigel Havers, ricorda il mio rapporto con Paul Gegauff, con cui ho lavorato a lungo. Facevamo una sciocchezza dopo l’altra e delle abbuffate strepitose.
Claude Chabrol, Le Figaro, 04-05-1990

Ma l’inquietudine di questa scoperta ancora mi turba: l’ombra di un pezzo di merda come Henry Miller (non mi riferisco all’artista ma all’uomo) si estende sui miei ritagli di vita più rilevanti. Non c’è di che stupirsi allora: mutatis mutandis, ancora non riesco a non comportarmi da stronzo. Nessuna meraviglia se ferisco le persone che amo (la principessa che amo).
Ma Henry Miller se ne sbatteva allegramente i coglioni di ferire i sentimenti, io invece di questo ne muoio.

15. febbraio 2007

Young (Busty) Frankenstein

Sheyla de AlmeidaLolo FerrariSheyla de Almeida (nella foto a sinistra), 27 anni, brasiliana, 14 interventi chirurgici affrontati, 2.4 litri di silicone nelle tette, due costole tolte.
Chiede 1 milione di dollari per girare un film porno. Un produttore l’ha già contattata, sembra che la cosa si farà.

A me torna in mente la storia di Lolo Ferrari (nella foto a destra), 22 operazioni di chirurgia plastica ed un seno di 130 cm. Morta nel 2000 a soli trent’anni per overdose da farmaci. Fiera del suo bagaglio ma in costante difficoltà: doveva fare sempre attenzione a dormire sul lato e non sulla schiena, per non farsi soffocare dal peso delle protesi, per gli spostamenti non poteva prendere l’aereo, nelle esibizioni dal vivo il suo equilibrio era sempre precario e più di una volta è caduta dal palco.

Qualcuno dovrebbe avvisare Miss Tette Rifatte Brazil che i fenomeni da baraccone hanno vita breve, che i Frankenstein vengono messi da parte in fretta e furia non appena salta fuori una nuova attrazione più mostruosa.
Con molta probabilità appena qualcuna (poveretta!!!) raggiungerà un nuovo record di silicone in corpo, di lei non si curerà più nessuno.
Senza escludere che quel produttore potrebbe, prima o poi, fare due conti: anzichè pagare quasi 417 mila dollari al litro per affittare il silicone di una sola donna, ne potrebbe avere cento di ragazze, anche molto più carine (siamo in Brasile o no?), disposte a girare un film porno dividendosi quella somma.

Tuttavia Sheyla de Almeida si è detta entusiasta del copione che le hanno proposto, perchè ha un trama valida e non solo scene di sesso. Me li vedo io, quelli che al video noleggio sceglieranno un ipotetico film con lei come protagonista, per la trama?… Non per la curiosità di constatare le possibilità cinetiche dei due enormi air bag? Cosa cappero puoi fare con un ingombro del genere?

12. febbraio 2007

[email protected]

Il [email protected] è un coro molto particolare. Fondato nel 1982, in una casa per anziani di Northampton (Massachussetts), è composto da ben 24 elementi che hanno un’età compresa tra i 73 e i 93 anni.
Il repertorio del coro è molto eclettico: Clash, Led Zeppelin, Elvis Presley, Rolling Stones, Beatles, Bruce Springsteen, Coldplay, James Brown, U2 e Bob Dylan.

Eileen Hall (in primo piano nella foto), classe 1913, fondatrice del coro, canta Should I Stay Or Should I Go dei Clash.

Should I stay or should I go now?
Should I stay or should I go now?
If I go there will be trouble
An if I stay it will be double
So come on and let me know

In bocca sua queste parole perdono la connotazione del bisticcio tra due amanti, ma acquisiscono una valenza rock&roll molto forte.
Oserei dire che Eileen Hall, vista la sua età, quando canta Dovrei andarmene o dovrei restare? esprime la vera essenza del rock.

[email protected] su MySpace.

In questi giorni su Cult, canale 142 di SKY sta girando un documentario per la regia di Stephen Walker che racconta la storia del coro. Varrebbe la pena di vederlo.

09. febbraio 2007

Ciao Anna Nicole

Anna Nicole Smith Anna Nicole Smith da bambina voleva diventare come Marilyn Monroe.
Ha scelto di andarsene come lei, e come lei a trentanove anni.

Vorrei ricordarti così, come in questa foto che ti ritrae agli Australian MTV Music Award del 2005, dove finalmente sobria hai voluto prenderti gioco di Janet Jackson e lo scapezzolamento pseudo casuale nella finale del superbowl.

Voglio dimenticare le innumerevoli volte che ti sei presentata sul palco di qualche manifestazione pubblica completamente sbronza e la depressione in cui ti facevano cadere i continui aumenti di peso e le sucessive cure dimagranti.

Voglio dimenticare l’assurda querelle sorta dopo il matrimonio con un uomo di 63 anni più vecchio di te e le conseguenti liti con relativo strascico processuale al momento di spartire la cospicua eredità, dopo la sua morte.

Nel primo Playboy che io ho comprato di nascosto, il poster del paginone centrale eri tu. Quanta attività onanistica hai stimolato.
Però mi piacevi anche con il kiletto di troppo, anzi mi piacevi di più.

Ciao Anna Nicole

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