30. novembre 2006

Missione Natale

Life is Now Mi sono sempre relazionato male con il natale. Gli anni scorsi, fortunanatmente, le crisi acute di orticaria arrivavano verso la metà di dicembre. Quest’anno purtroppo, pur mancando quasi un mese a natale, ogni qual volta accendo la tv provo profondo disgusto per tutti gli spot dove si vede babbo natale o la neve. Sento che la misura è già colma. Provo a fare finta di non vedere, non sentire tutti questi richiami al consumismo. A volte non basta: quando mi rendo conto di quanto coglioni siamo noi italiani mi viene da buttare la tv dalla finestra. Prendiamo gli spot dei gestori telefonici: con i costi di ricarica, che solo noi in europa paghiamo, dovremmo avere sms sempre gratis… e invece… et voilà… ecco la magica card che ti permette di inviare aggrattiss tutti gli sms che vuoi.

Ma visto che, come dicono questi tre simpaticoni a fianco, la vita è adesso e natatale è fra un mese, per favore, smettetela di spaccare le balle con questi promo insulsi. Basta con gli spot, basta con le strenne, basta con i dati diffusi da confesercenti sulle stime e sulle previsioni per il prossimo natale.
Sia chiaro a Totti (Maleducato! Non mi ha mai fatto sapere se gli è piaciuto il mio regalo di nozze!) e Gattuso: non ce l’ho con voi in particolare, tanto che odio in ugual misura sia Aldo Giovanni e Giacomo che Christian De Sica, vostri competitor. Fiumi di bile mi scorrono dentro anche ogni volta che vedo gli occhietti teneroni di Nicole Kidman nello spot della tv di Rupert Murdoch.

Basta! Non ce la faccio più: avete rotto il cazzo! Aboliamo il natale!

26. novembre 2006

L’ insegnante

L' insegnanteAlle elementari ho avuto il maestro.
Il ginnasio l’ ho frequentato in collegio.
Sento che mi è stato negato qualcosa.
Non appaia strano, quindi, se penso alle occasioni negate e la mia mente ripercorre le vicende della supplente di matematica e dell’insegnate di lettere.
Mi si perdoni se invece di scagliarmi contro il qualunquismo delle battute da caserma nel caso di Milano o contro i moralismi forcaioli nel caso di Pordenone, attingo a piene mani dai ricordi: quanto ho fantasticato dopo aver visto L’ Insegnante (1975) di Nando Cicero, dove Edwige Fenech dà lezioni private ad uno studente interessato più a verificare le sue nozioni di anatomia femminile che agli esami di maturità.
Deve aver fantasticato parecchio anche il maestro: dopo aver manifestato qualche anno fa la sua passione per Barbara Bouchet, recentemente Quentin Tarantino ha proposto a Edwige Fenech la parte di un’insegnate in un film da lui prodotto. Si tratta di Hostel 2, il sequel della pellicola diretta da Eli Roth, che ha anticipato di voler realizzare un secondo episodio ancora più dark, splatter e violento.

In un’intervista rilasciata a Vanity Fair Edwige Fenech si è detta entusiasta della proposta:

Sembra una favola ma è la realtà. Stavo andando a prendere all’aeroporto Al Pacino quando mi passano questo messaggio di Tarantino. Credevo mi prendesse in giro, invece era tutto vero. La sera, io e Luciano Martino, produttore di molti dei miei film dell’epoca e mio ex compagno, siamo andati a cena con Quentin. A Luciano ha detto che era un genio, a me che aveva sempre sognato di incontrarmi. Ha citato dei film di cui mi ero completamente scordata.

24. novembre 2006

The Constant Gardener

The Constant GardenerDel libro è già stato detto molto. Il film ha inevitabilmente dovuto condensare ma non ha stravolto il plot originario.
Ralf Fiennes ha saputo rendere benissimo la metamorfosi del tenace_giardiniere/inerte_diplomatico in passionale marito che abbraccia pienamente la causa della moglie morta. Rachel Wiesz è di una sensualità disarmante, vivace e spiritosa ma mai sopra le righe, e costruisce un personaggio che è un continuo monito a vivere senza infischiarsene degli ultimi.
La storia d’amore, resa in continui flash back, è toccante fino alle lacrime: la scena in cui i due fidanzatini fanno l’amore tra risatine e sghignazzi riassume la purezza assoluta del loro sentimento. Non tutti hanno la fortuna di sperimentare quel tipo di idillio. Era molto che al cinema non vedevo un uomo e una donna così innamorati, così incapaci di vivere l’uno senza l’altra. Tanto che quando lei viene a mancare, l’unica preoccupazione per lui è portare a termine la missione lasciata incompiuta, fino a morirne lui stesso.
Nel film la corruzione e la connivenza del governo locale è solo accennata: sicuramente questo è il prezzo pagato per il permesso di girare il film in Kenya dove la vicenda è ambientata.
Fernando Meirelles, reduce da City Of God, si destreggia molto molto bene nelle inquadrature, a scatti in alcuni momenti e maledettamente immobili in altri, delle baraccopoli della suburbia africana dove si respira la stessa aria disperata e senza domani delle favelas.
Un film a colori nel senso lato del termine: schermo saturo di rosso e marrone nel rappresentare l’Africa, grigio opprimente negli ambienti della diplomazia inglese, verde e blu quasi accecanti nelle scene di intimità tra due innamorati.

Consigliato caldamente.

22. novembre 2006

La Musa di Diprè

La Musa di DiprèEgregio Andrea Diprè
Recentemente lei era tra gli ospiti di Gene Gnocchi alla Grande Notte per ritirare il Wonfango Award. Sfortunatamente non ho potuto guardare la trasmissione e non ho trovato nemmeno i video della serata. Vorrei tributarle il mio umile omaggio dedicandole queste poche, un po’ per farmi perdonare per essermi perso la sua apparizione sulle frequenze della rete pubblica, un po’ per ringraziarla. Se non fossi incappato nel suo programma La Musa di Diprè, su un’emittente privata che non ricordo, all’ ora in cui Lea di Leo su LA9 è già smutandata, non avrei mai scoperto la magia delle opere di Mimmo Rotella e le peculiarità di una tecnica, il decollages, che poco conoscevo. Sono appassionato di cinema e colleziono locandine di film per cui il primo piano della locandina di Tenera è la notte elaborata dall’artista calabrese recentemente scomparso ha catturato la mia attenzione. Mi sono fermato ad ascoltarla mentre lei signor Diprè raccontava, da vero affabulatore, della ricorrente presenza di Marilyn Monroe e delle influenze squisitamente pop art nella produzione rotelliana.
La gratitudine per aver tolto una pietruzza dalla montagna della mia ignoranza mi fa soprassedere al viscido trasformismo politico e alle delinquenziali sparate omofoniche, che le sono costate la pubblica fustigazione di BLOB, di cui ho trovato traccia in rete.
Ho letto che lei è un avvocato. Mi piace pensarla come la versione trentina di Daredevil, l’ eroe dei fumetti Marvel, l’avvocato cieco che di giorno difende in tribunale i buoni e di notte affronta per strada i cattivi. Così lei di giorno difende i riccastri nel foro e di notte con la sua trasmissione salva dallo spettro dell’ignoranza e dalla bancarotta migliaia di allupati che si affidano allo zapping notturno, per la ricerca di materiale che stimoli l’attività onanistica, e che dilapidano considerevoli somme chiamando le linee erotiche.
Già perché La Musa di Diprè tratta un argomento per i più pallosissimo ma lei signor Diprè riesce a catturare l’attenzione anche di chi, normalmente, non dedicherebbe più di tre nanosecondi all’intensità visionaria delle opere di Mimmo Rotella accompagnando la sua presenza in video con una procace maya desnuda.
Però le devo ammettere che a me la cosa ha disturbato un po’: le movenze pretenziosamente erotiche e volutamente licenziose della modella, mentre lei signor Diprè dissertava, mi irritavano e mi distraevano da quello che lei stava dicendo. Se posso azzardare un consiglio, nel caso la sua sia una provocazione e non un becero tentativo di attrarre facile audience, vedrei meglio una bellissima fanciulla assolutamente immobile magari in posa a ricordare qualche scultura o qualche quadro. Meglio se la fanciulla è sconosciuta: lasci perdere le pornostar della scuderia di Riccardo Schicchi come Mercedes Ambrus (anche se mi rendo conto che questo è il fio che ha dovuto pagare per andare in onda su Diva Futura Channel, noto canale culturale monotematico dedicato agli intellettuali della gnocca) e le pseudo pornostar come Larisa Romanova raccattata da Sexy Boxy (altro programma culturale al cui confronto Per un pugno di libri impallidisce).
Se mi permette un ultimo consiglio la invito a non scimmiottare Vittorio Sgarbi: le ho visto perfino passare la mano tra i capelli allo stesso modo. Se la sua vuole essere una parodia le consiglio di estremizzare i tick e le cadenze di Sgarbi. Se invece la sua è solo emulazione per coerenza si deve far invitare a qualche show sbanca-auditel e dare della troia o del coglione indiscriminatamente a chiunque. Non si dimentichi di alzare le mani sulla parlamentare di turno, meglio se avvenente e dello schieramento opposto al suo. Sarebbe comunque preferibile che lei si sforzasse di crearsi un’identità che si allontani il più possibile dal pericoli del dejavù.

Distinti saluti, Richard Gekko

19. novembre 2006

Icons SM/Fetish oriented

Bettie Page Dita Von Teese
Al Torino Film Festival appena concluso è stato presentato The Notorious Bettie Page, il film che rende omaggio alla regina delle pin-up, la frangetta più desiderata di sempre, l’icona per antonomasia dell’ erotismo sadomaso e fetish.

Bettie Page nasce a Nashville nel Tennessee il 22 aprile 1923. La madre le regala sangue Cherokee e questo le conferisce quel fascino esotico, rassicurante e sconvolgente allo stesso tempo. Eccelle negli studi e vorrebbe dedicarsi all’insegnamento ma finisce per fare la segretaria e, occasionalmente, la modella per un’azienda che vende pelliccie. Nel 1950 viene scoperta da un poliziotto, fotografo a tempo perso, che la lancia nel mondo dei locali notturni e dei Camera Clubs, dove modelle venivano affittate a videoamatori, dilettanti o professionisti, per realizzare sessioni di nudo. Si affermò come interprete del burlesque, genere di spettacolo parodistico discendente direttamente dal vaudeville e nato nella seconda metà dell’Ottocento nell’Inghilterra Vittoriana. Il burlesque, nella sua versione importata negli USA è caratterizzato da sketch semplici ed immediati, danze di ballerine che col passare degli anni, e la maggior diffusione del genere, si svestono sempre di più durante l’ esibizione. Una sorta di strip tease ante litteram.

Si è conquistata il paginone centrale di Playboy nel gennaio del ’55 a colpi di corsetti e corpetti strizzatissimi che facevano debordare le sue morbide forme, tacchi vertiginosi che slanciavano splendide gambe fasciate in calze nere, fruste e frustini. Questo era il tenore degli scatti dopo che iniziò a posare per lo studio fotografico dei fratelli Irvin e Paula Klaw. Ma meritano sicuramente una menzione particolare anche le foto scattate da Bunny Yeager con una Bettie Page in versione jungle.

Bettie Page, la ragazza della porta accanto nell’America puritana degli anni 50, diventata con le sue foto la pioniera della libertà sessuale, sparì nel nulla a 35 anni dopo aver subito un processo per pornografia intentato contro di lei dal senatore democratico Estes Kefauver l’uomo che in materia di libertà sessuale si guadagnò la stessa reputazione che Joseph McCarthy ebbe dando la caccia ai comunisti.

Bettie Page è stata fonte d’ispirazione e ha sdoganato un genere. Oggi a raccoglierne degnamente l’eredità è Dita Von Teese che può contare su una sconcertante somiglianza alla regina delle pin-up.
L’attuale moglie di Marilyn Manson non ne fa mistero: Bettie Page è sempre stata la sua fonte d’ispirazione e l’emulazione dell’icona delle prime edizioni di Playboy le ha permesso di sfondare nel mondo dello spettacolo, riportando in auge il burlesque e gli anni ’50.
Se in quegl’ anni Sally Rand divenne celebre per la sua danza con la bolla Dita Von Teese rimarrà nella storia per il suo show in un bicchiere da cocktail gigante, nel quale mette in scena uno strip tease vintage, che culmina con un’immersione completa nello champagne. Ovviamente posa come modella per Playboy e porta in giro per il mondo i suoi spettacoli: recentemente si è esibita al mitico Crazy Horse di Parigi andando in scena insieme alle ballerine del corpo di ballo, diventando così la prima guest star della storia del locale sin da quando aprì i battenti nel maggio 1951.

Questo post è stato scritto ascoltando Pull Shapes performed by The Pipettes (una band inglese che dichiaratamente evoca per immagini e sound gli anni ’50) e nasce da un input di Alex

17. novembre 2006

Transamerica

TransamericaLa locandina rispecchia il dilemma di Luxuria e di quanti hanno la sfortuna di non riconoscersi nel corpo in cui sono nati. Transamerica è un film che indaga, con registri a volte drammatici a volte comici, sulla ricerca dell’ identità personale districandosi tra quella giungla foltissima costituita da codici sociali e legami famigliari. La protagonista Bree (Felicity Huffman), colto trans alla soglia dei quaranta dotato di eleganza e autoironia, vive a Los Angeles e si divide tra il lavoro di televenditrice e di cameriera per raccogliere i soldi per cambiare sesso. Scopre, a pochi giorni dall’ operazione che lo renderà donna a tutti gli effetti, di aver avuto un figlio da quell’ unica sgangherata relazione etero dei tempi del liceo che si trova in carcere a New York, invischiato in traffici di droga e prostituzione omosessuale. Ne nasce un road movie che descrive il tentativo di redenzione del figlio diciassettenne prima e lo sforzo nel ricucire il rapporto padre/madre e figlio poi.
Molte parole sono state sprecate sul coraggio di Heath Ledger e Jake Gyllenhaal nel vestire i panni gay ma troppo poche spese per il coraggio di Felicity Huffman che rinuncia alla sua femminilità per interpretare un uomo che vuole diventare donna. Conserva i movimenti un po’ goffi della casalinga disperata Lynette e dona umanità ad un personaggio che le regala un Golden Globe per interpretazione, riuscendo a far trasparire il dolore e la determinazione che la ricerca di sé stessi comporta.
Per il regista Duncan Tucker era l’ esordio cinematografico e io lo promuovo a pieni voti.
Soprattutto per aver saputo dosare molto bene scene tenere e scene disgustose (come solo la vita a volte sa essere) ma anche per essere riuscito a mettere in condizione lo spettatore di provare empatia per dei personaggi che normalmente la società esclude perché diversi. E visto che è un prodotto indipendente anche il pericolo dell’ happy ending hollywoodiano è scongiurato.

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