Una quindicina di anni fa, stavo per diventare maggiorenne, arrivò in paese, dal Lazio, un’insegnate di scuola elementare, ventiseienne, per una supplenza. La sua presenza non passò inosservata, ovviamente. Quando camminava, a grandi falcate, veloce, indossando vertiginose minigonne la sua bellezza mediterranea inondava le strade del paese. Ogni volta che potevo andavo a prendere mia sorella a scuola solo per poterla guardare da vicino, solo per incrociare il suo sguardo blu per qualche millesimo di secondo.
Con il mio migliore amico, con il quale dividevamo un Husqvarna 125 da enduro, si rimaneva appostati delle ore sotto la sua finestra, spettatori del continuo viavai di gente che voleva ingraziarsi la bella maestrina sempre sorridente.
Racconto questa mia esperienza perché anche il film di Carlo Mazzacurati prende le mosse dall’arrivo di Mara, giovane maestra, a Concadalbero, una frazione della bassa padovana, a pochi chilometri dal delta del Po. La bella ragazza venuta da lontano sconquassa gli equilibri tra quella manciata di case, che ospitano tante anime quante due squadre di calcio con la panchina corta.
Sarà per questo amarcord che La giusta distanza mi ha convinto così profondamente?
Non solo.
Ciò che rende solido il film del regista padovano è l’essere riuscito a far luce su tutte le contraddizioni di questo ricco e produttivo Nordest, dove l’integrazione va fatta senza se e senza ma, basta che ognuno stia a casa sua, dove l’acquisito benessere rende schiavi dell’ostentazione del villone più grande e del SUV più grosso, dove nessuno è completamente cattivo ma tutti hanno un vizietto di cui vergognarsi, un segreto da nascondere.
Coraggiosa, ma ampiamente ripagata, la scelta di piazzare nei tre ruoli principali tre bravi esordienti, Giovanni Capovilla, Valentina Lodovini, Ahmed Hafiene, mentre Fabrizio Bentivoglio e Natalino Balasso interpretano macchiette che arricchiscono ulteriormente il film.
La giusta distanza è la raccomandazione che un vecchio giornalista fa al giovanissimo cronista locale che vuole raccontar i fatti. Se ti fai prendere dalle emozioni sei fritto.
Mirabile descrizione dell’anima profonda e misteriosa della provincia, ma anche i pregiudizi ed il razzismo che non sono retaggio della sola provincia.
Incantevole la fotografia di Luca Bigazzi e suggestiva la colonna sonora composta dal Tin Hat, il trio blues/folk di San Francisco.