18. dicembre 2007

Bad Guy

Bad GuyIl fascino di certi cineasti dell’estremo Oriente è che nei loro film più il personaggio è importante e meno parla. Kim Ki-duk è uno di quei cineasti: riesce a far parlare i fotogrammi. Una scelta che spesso provoca disagio nello spettatore, per gli evidenti limiti nella narrazione, ma che testimonia che non tutto si può ridurre al piano razionale.
Tutto ha inizio in un parco: Han-gi (Cho Jae-Hyun) nota una ragazza seduta su una panchina, lui le si avvicina, lei si scosta e non appena arriva il suo ragazzo dileggia l’importunatore. Hang-gi si avventa su di lei, Sun-hwa (Seo Won), e la bacia violentemente, provocando la reazione del fidanzato prima e di una pattuglia della polizia poi.
In Han-gi si sviluppa un’ossesione per Sun-hwa, la sequestra e l’avvia alla prostituzione. Lei l’ha rifiutato, lui la costringe ad accogliere tutti gli altri, mentre lui nascosto dietro un vetro a specchio guarda. Senza che lei nulla sospetti su chi sia il responsabile della sua schiavitù.
La razionalità, più che nella narrazione va cercata nei contrasti, echi della millenaria filosofia orientale dello Yin e Yang, presenti nel Bad Guy di Kim Ki-duk: guardare (da dietro un vetro) ma non toccare, possedere tenendo sottochiave per l’incapacità di instaurare un legame sano, un gesto di umanità seguito dalla violenza (come quando Sun-hwa chiede e ottiene di donare la sua verginità al suo ragazzo prima di iniziare a prostituirsi però in risposta alle insistenti domande il suo ragazzo riceve calci e pugni dagli scagnozzi di Han-gi), la tenerezza di una carezza di Han-gi nei confronti della sua vittima, dalla volontà ormai piegata dalla sindrome di Stoccolma, interrotta da un conato di vomito di disgusto di Sun-hwa. Leggi tutto il post …