21. agosto 2007

Seven Swords

Seven SwordsQualche anno fa Ang Lee si portò a casa quattro premi Oscar con La tigre e il dragone, un film che attinge dalla tradizione popolare cinese dello wuxia. Cavalcarono l’onda di quel successo i passabili Hero e La foresta dei pugnali volanti, entrambi del regista Zhang Yimou. Nel 2005 uscì nelle sale Seven Swords, del cinese (emigrato poi ad Hong Kong) Tsui Hark,  che però si rivelò concettualmente lontano dai predecessori. Se i guerrieri di Ang LeeZhang Yimou si producono in evoluzioni impossibili,  con un balzo saltano sui tetti, con due balzi rimangono sospesi per in aria per interi minuti, in Seven Swords si è votato tutto al realismo. I combattimenti sono reali, con tanto di arti e teste mozzate, e pure gli amori, dannatamente tormentati in tutti i quattro film, in Seven Swords scendono in un piano molto più fisico, con una spruzzatina di morbosa passione. La vicenda è ambientata nella Cina del 1660, dopo l’ascesa al trono di una nuova dinastia che per sedare le insurrezioni nazionalistiche mette al bando e punisce chiunque pratichi le arti marziali. Uno degli ufficiali dell’esercito imperiale, il crudele Vento di Fuoco, fa decapitare anche donne e bambini pur di riscuotere 300 pezzi d’argento a testa, sterminando così interi villaggi. Interverranno a fermare la carneficina sette guerrieri, che combattono per i poveri e i derelitti, armati di spade speciali, forgiate per esaltare le personalità e le caratteristiche di ognuno. L’omaggio a I sette samurai di Akira KurosawaI magnifici sette di John Sturges è palese anche se il soggetto del film è tratto dal romanzo di Liang Yu-Shen. Girato nella regione dello Xinjiang, ai confini con la  Mongolia, Seven Swords non ha nulla da invidiare al tripudio di colori vivacissimi delle pellicole di Ang LeeZhang Yimou.
Il merito del regista Tsui Hark è quello di aver finalmente abbandonato le puttanate kungfueggianti alla Jean-Claude Van Damme e di aver dato consistenza di carne pulsante alle passioni raccontate, sia da Lee che Yimou, solo con sospiri e incroci di sguardi. La scena in cui Vento di Fuoco prende la sua schiava Perla Verde mentre questa, affamatissima da un lungo viaggio, si avventa su una tavola imbandita, è girata con estrema maestria ed è l’emblema di come la fame di certe passioni non si placa solo con gli sguardi.
Menzione d’onore anche per i doppiatori Roberto Pedicini, la sua parte non era per niente facile, e Pino Insegno.

07. marzo 2007

Borat – Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan

Borat Il giornalista televisivo kazako Borat viene inviato negli Stati Uniti per girare un reportage sul più grande paese del mondo. Ma Borat è più interessato a trovare e sposare Pamela Anderson.
Un’interpretazione che è valsa a Sacha Baron Cohen un Golden Globe come migliore attore. In effetti un riconoscimento se lo merita perchè non è facile avere la faccia tosta che ha sfoggiato lui. Borat è tremendo, scorretto e irritante. Ma dannatemente divertente.
Il trucco è presto svelato: vai in una nazione chesicredechissachì presentandoti come unodiquellichesonoinferiori e spari le peggiori cattiverie sui più deboli e sulle minoranze. La reazione, spontanea e ginuina visto che i protagonisti sono vittime e non attori professioinisti, dimostra quale veramente sia il livello culturale e quanto sia radicata ogni forma dì razzismo. Alcune gag sono esilaranti, altre un po’ costruite ad arte. Tuttavia passata la ridarella è inevitabile riflettere.
La nazione kazaka e il governo sono insorti in massa per lo sberleffo ma ieri sul Guardian si diceva che il turismo verso il Kazakhstan dopo Borat è aumentato del trecento per cento. Non tutto il male viene per nuocere.
Il doppiatore italiano è Pino Insegno e sembra che sia stato lo stesso attore inglese a scegliere chi dovesse doppiarlo nelle varie lingue. Io l’ho trovata una scelta azzeccata.
Un successo annunciato: in Italia è stato promosso perfino nei cessi.

La leggenda vuole che Sacha Baron Cohen fosse stato invitato a consegnare una statuetta alla notte degli Oscar, ma che abbia rifiutato perchè non gli era stato consentito indossare i panni di Borat.

Borat è una super star: ha perfino la sua pagina su Supertangas, e qui si tifa per lui fin dal suo esordio.

02. marzo 2006

A History Of Violence

a history of violenceIl meno sperimentale dei film di David Cronemberg ma non per questo il meno riuscito.
A history of violence è un ottimo film. Un film doppio e di contrapposti: amore odio, violenza mansuetudine, famiglia individualismo. Non ci sono mostri horror da combattere, stavolta, perché i mostri non esistono. E’ questo che ci insegnavano i nostri genitori quando da bambini ci lasciavamo spaventare dai mostri. Ma in realtà i mostri esisto eccome: tutti abbiamo qualcosa di mostruoso dentro di noi. E tutti combattiamo con il mostro che abbiamo all’ interno per scacciarlo nuovamente nel mondo dei sogni o dei ricordi. A volte si vince, a volte si perde: questa è la vita. Violenza manifesta e allo stesso tempo occulta.
Le due scene di sesso sono dei piccoli capolavori: i registi di film porno dovrebbero guardare qualche scena come questa ogni tanto. Studiate benissimo luci e ombre, inquadrature e movimenti sul set in entrambi i casi.
La scena finale della famiglia che si riunisce, sguardi che si fuggono e si cercano in silenzio: pura poesia.
Viggo Mortensen è credibilissimo nella parte, Maria Bello è di una sensualità disarmante, Ed Harris è un cattivo con i controcazzi.
Pino Insegno, Adalberto Maria Merli e Francesca Piacentini, i doppiatori, sono la ciliegina sulla torta.