Seven Swords
Qualche anno fa Ang Lee si portò a casa quattro premi Oscar con La tigre e il dragone, un film che attinge dalla tradizione popolare cinese dello wuxia. Cavalcarono l’onda di quel successo i passabili Hero e La foresta dei pugnali volanti, entrambi del regista Zhang Yimou. Nel 2005 uscì nelle sale Seven Swords, del cinese (emigrato poi ad Hong Kong) Tsui Hark, che però si rivelò concettualmente lontano dai predecessori. Se i guerrieri di Ang Lee e Zhang Yimou si producono in evoluzioni impossibili, con un balzo saltano sui tetti, con due balzi rimangono sospesi per in aria per interi minuti, in Seven Swords si è votato tutto al realismo. I combattimenti sono reali, con tanto di arti e teste mozzate, e pure gli amori, dannatamente tormentati in tutti i quattro film, in Seven Swords scendono in un piano molto più fisico, con una spruzzatina di morbosa passione. La vicenda è ambientata nella Cina del 1660, dopo l’ascesa al trono di una nuova dinastia che per sedare le insurrezioni nazionalistiche mette al bando e punisce chiunque pratichi le arti marziali. Uno degli ufficiali dell’esercito imperiale, il crudele Vento di Fuoco, fa decapitare anche donne e bambini pur di riscuotere 300 pezzi d’argento a testa, sterminando così interi villaggi. Interverranno a fermare la carneficina sette guerrieri, che combattono per i poveri e i derelitti, armati di spade speciali, forgiate per esaltare le personalità e le caratteristiche di ognuno. L’omaggio a I sette samurai di Akira Kurosawa e I magnifici sette di John Sturges è palese anche se il soggetto del film è tratto dal romanzo di Liang Yu-Shen. Girato nella regione dello Xinjiang, ai confini con la Mongolia, Seven Swords non ha nulla da invidiare al tripudio di colori vivacissimi delle pellicole di Ang Lee e Zhang Yimou.
Il merito del regista Tsui Hark è quello di aver finalmente abbandonato le puttanate kungfueggianti alla Jean-Claude Van Damme e di aver dato consistenza di carne pulsante alle passioni raccontate, sia da Lee che Yimou, solo con sospiri e incroci di sguardi. La scena in cui Vento di Fuoco prende la sua schiava Perla Verde mentre questa, affamatissima da un lungo viaggio, si avventa su una tavola imbandita, è girata con estrema maestria ed è l’emblema di come la fame di certe passioni non si placa solo con gli sguardi.
Menzione d’onore anche per i doppiatori Roberto Pedicini, la sua parte non era per niente facile, e Pino Insegno.
Tag:
3:27 pm |








