24. febbraio 2007

The Black Dahlia

The Black Dahlia Il film inizia con scene di guerriglia urbana nella Los Angeles del dopo guerra: pestaggi e demolizioni narrate, nella versione italiana, dalla voce fuori campo di Sergio Matteucci, il telecronista delle partite di calcio di Holly e Benji. Mi è sembrato abbastanza grottesco.
In un primo momento The Black Dahlia mi è sembrato il frutto di un Brian De Palma che si prende troppo su serio, che fa troppo il Brian De Palma: prendi il romanzo di James Ellroy (quello di L.A. Confidential) ispirato ad uno dei crimini impuniti più sconvolgenti della storia, lo condisci in salsa Omicidio a luci rosse e lo ambienti in epoca Gli intoccabili. Il risultato è un valido noir. Ma un noir come tanti, in cui è chiaro fin da subito che tutti mentono. La capisce molto in fretta il protagonista Bucky Bleichert (un ottimo Josh Hartnett), poliziotto con passato da pugile, che per farsi strada nella vita bisogna mentire. E mentre indaga sull’efferata morte di un’aspirante attrice (Mia Kirshner) soprannominata Dalia Nera, apprende che pure il suo socio e la sua fidanzata mentono. Il classico noir, avevo pensato proprio questo.
Ma un buon regista ti sa stupire: ti pugnalano al cuore gli episodi più sinceri del film, veri inserti che donano prestigio al complesso dell’opera. La cena a casa Linscott, dove la moglie palesemente ubriaca tira fuori dall’armadio gli scheletri della famiglia e le riprese sono una soggettiva del disagio dell’ospite nell’assistere ad un regolamento di conti. I provini della Dalia Nera, che si mette a nudo davanti alla telecamera, che sogna una vita à la Rossella O’Hara ma che per emergere si adatta a girare filmetti porno di lesbiche. Però davanti alla telecamera del casting, alle richieste della voce fuori campo del regista (nell’originale proprio di Brian De Palma) mette in mostra i suoi sentimenti, le sue debolezze, la sua fragilità. Il fatto che lei sia seminuda è marginale, la vera pornografia la esprimono i suoi occhi in lacrime. Qui ho pianto (ma ammetto che il mio sistema nervoso è definitivamente fottuto, quindi non fa propriamente testo).
Ho trovato grottesco anche il ribrezzo con cui una commissione di poliziotti ha visionato l’ultimo film di sesso lesbo in cui ha recitato la Dalia Nera. Ribrezzo figlio del puritanesimo anni cinquanta! Oggi, nella stessa situazione, si duplicherebbero ognuno la propria copia personale del film!
Scarlett Johansson e la sua bellezza tutta perfettina: che palle! Senza, però, nulla togliere al suo valore come attrice.
Hilary Swank a suo agio anche nel ruolo della snob femme fatale, anche se io la preferisco con le spalle muscolose o mentre balla per lo spot di Guerlain sulla musica di Hysteria dei Muse.

05. settembre 2006

Slevin – Patto Criminale

Slevin - Patto Criminale Il regista Paul McGuigan con Slevin si lascia inspirare da Pulp Fiction e ci piazza pure una citazione: Bruce Willis interpreta un killer professionista dal cuore tenero e anche qui è alle prese con un orologio lasciato in eredità.
Il plot apparentemente è molto semplice: Slevin, un ragazzo tranquillo, in un solo colpo perde lavoro, fidanzata e portafoglio. Si trasferisce dall’ amico Nick per cambiare aria e viene coinvolto, per uno scambio di identità, in una lotta tra bande mafiose. Nel finale a sorpresa si capisce che Slevin non è così sprovveduto come lo si poteva immaginare e che cane rabbioso, il significato del suo nome, gli si addice proprio.
Slevin Patto Criminale è un film che ripercorrendo i canoni del noir, li modernizza: c’è il cattivo che più cattivo non si può, anzi ce ne sono due, c’è l’innocente tirato in ballo, la ragazza affascinante che lo aiuta, il poliziotto tenace che non lo molla.
Il cast sembra una parata di stelle: pistola fumante Bruce Willis, sir faccia di bronzo Ben Kingsley, Mr vendetta Morgan Freeman e un’insolitamente sbarazzina Lucy Liu. Su tutti svetta il magnetico protagonista Josh Hartnett: ne sentiremo parlare ancora.
I dialoghi sono sorprendentemente freschi, appassionanti e poco politically correct: sempre molto vicini alla lezione del maestro Tarantino. Pregevoli le scenografie soprattutto quelle degli interni che ammiccano ad un design sulla falsa riga del postmodern.
Convincente, anche se molti spettatori rischiano di sbandare in qualche curva a gomito o nelle improvvise inversioni di marcia che propone la sceneggiatura. Sconsigliato a chi si distrae facilmente.