17. febbraio 2007

Jours tranquilles à Clichy

Jours tranquilles à Clichy

Molti uomini vivono in pacifica coesistenza con la propria coscienza sporca.
Henry Miller

Io no. E volevo prendermi una pausa dai rimorsi, volevo distrarmi. Leggere un libro mi avrebbe aiutato a pensare ad altro, credevo. Ho preso in mano Tropico del cancro, Henry Miller. Chissà quand’è stato che l’ho letto… Parecchio tempo fa, tanto da non ricordare. Si può anche rileggere.
Ho sfogliato le prime pagine dell’edizione Oscar Mondadori spulciando tra le righe della biografia dell’autore. Henry Miller per me significava solo due cose: Tropico del Cancro e un inizio. Mi ha sorpreso non poco quindi imbattermi in Giorni felici a Clichy, Parigi 1956. Perchè alla fine del settembre 2005, in un sabato sera triste, ho guardato un film francese intitolato proprio così. Ho verificato che il film di Claude Chabrol è proprio ispirato al romanzo autobiografico di Henry Miller. La cosa mi ha inquietato terribilmente. Al mio fianco, quella sera, dormiva sul divano una donna che non amavo più. Ci siamo lasciati di lì a poco.
Henry Miller ha rappresentato anche una fine e io non lo sapevo.
Negligenza mia perchè prima guardo i film, poi leggo le critiche e le recensioni, per non farmi influenzare. Ma Jours tranquilles à Clichy mi aveva talmente annoiato, come solo Showgirls di Paul Verhoeven c’era riuscito, che non ho voluto approfondire oltre.
Nel film, del 1990, di Claude Chabrol nemmeno si riconosce la forza e la precarietà delle passioni di Henry Miller. Poi i caffè del centro e gli alberghetti di Place Clichy sembrano più il ritratto della Parigi degli anni sessanta piuttosto che degli anni trenta, protagonisti del romanzo di Miller. Nel cast ci sono Anna Galiena, Barbara De Rossi, Eva Grimaldi: nemmeno le ho riconosciute. Il taglio intellettualistico e pretenzioso della regia, come del montaggio, nulla hanno a che vedere con il modo di scrivere di Henry Miller. Mi chiedo quale risultato avrebbe ottenuto uno come Jonas Akerlund con un plot del genere.
In buona sostanza, il film non mi lasciato nulla, ma assolvo il regista dall’accusa di aver snaturato il senso del romanzo:

Volevo parlare di sesso senza parlare d’amore, come fa Miller. E di un sesso per nulla tragico, ma al contrario gioioso. Questo ha comportato sicuramente un certo maschilismo. Ma non è detto che questo sia il mio punto di vista, sebbene Giorni felici a Clichy sia il più autobiografico di tutti i miei film. L’amicizia tra Miller e il suo compagno, meravigliosamente interpretati da Andrew McCarthy e Nigel Havers, ricorda il mio rapporto con Paul Gegauff, con cui ho lavorato a lungo. Facevamo una sciocchezza dopo l’altra e delle abbuffate strepitose.
Claude Chabrol, Le Figaro, 04-05-1990

Ma l’inquietudine di questa scoperta ancora mi turba: l’ombra di un pezzo di merda come Henry Miller (non mi riferisco all’artista ma all’uomo) si estende sui miei ritagli di vita più rilevanti. Non c’è di che stupirsi allora: mutatis mutandis, ancora non riesco a non comportarmi da stronzo. Nessuna meraviglia se ferisco le persone che amo (la principessa che amo).
Ma Henry Miller se ne sbatteva allegramente i coglioni di ferire i sentimenti, io invece di questo ne muoio.

23. maggio 2005

Confutazione di Henry Miller

Coños (fiche) Juan Manuel de Prada

Maestro di scabrosità, scrittore intemperante e chiavatore insonne, Henry Miller ha coltivato un genere letterario caratterizzato dall’ eccesso e dalla frenesia. In un celebre passo della sua opera racconta che un giorno, affascinato dall’ impenetrabile della realtà della fica, si armò di pila elettrica e obbligò la prostituta con cui un momento prima stava scopando a spalancare le gambe per aprirgli la porta del santuario. Pila in testa Henry Miller esplorò la geografia della fica, piccolo ammasso di strati che si ritraevano sotto le sue dita fino a mostrare il fiore segreto della clitoride: la quale trattandosi di una prostituta, si suppone fosse alquanto sfatta e più arrossata di quanto la finezza richiedeva. Infine, soddisfatto delle sue scoperte, Henry Miller spense la pila e tornò alle solite occupazioni, sappiamo se letterarie o scopatorie.
Ebbene: ora che finalmente è lecito criticare Henry Miller è venuto il momento di censurare tale condotta. Ascolti, signor Miller, ma lei p veramente un bruto! Uno zoticone, ecco cos’è lei, se lo tenga per detto una volta per tutte! Alla fica non bisogna avvicinarsi con una pila, bensì con un fiammifero, e possibilmente corto, perché si vada consumando man mano che l’ esplorazione, avanza, e in questo progressivo estinguersi della fiamma si possa indovinare, più che vedere, la fisionomia della fica, che sicuramente cederà senza opporre resistenza ai vapori anestetizzanti del fosforo. La speleologia della fica richiede metodi artigianali, che accrescano il tremito appassionato delle che si addentrano in quella grotta fitta di stalattiti e stalagmiti, foderata dal muschio tiepido del pube, ricca di umori e di pudore. Alla fica, signor Miller, bisogna avvicinarsi come a quelle cappellette che custodivano un santo venerato, con la candela accesa e il cuore palpitante di un bimbo che si lancia alla ricerca di un tesoro. Alla fica, signor Miller, ci si accosta attrezzati di strumenti anacronistici, cerino o tutt’al più bugìa, ma mai con luce elettrica! La fica è un resto archeologico, una grotta che occulta la vetta inesauribile del piacere, venata di fossili e di faglie, fragile e resistente come in tribolata, e bisogna esplorarla con mani guantate e cerini poco luminosi, facendo attenzione a non bruciacchiare il pube, o con candele rette da bugìe che mescolino le loro lacrime di cera alle lacrime dei tanti succhi e liquori che la fica contiene. La prospezioni o introspezione della fica, signor Miller, richiede un temperamento da finocchio di sartoria; e lei, signor Miller, era un po’ troppo maschione.

Coños (fiche)
Juan Manuel de Prada

edizioni Tascabili e/o
181 pagine
7,74 euro