12. Maggio 2008

La lezione di Terry Richardson

Annie by Terry RichardsonAcquistare una macchina fotografica seria, ad alta definizione, magari una reflex digitale da 10 megapixel, è una spesa ormai alla portata di quasi tutti: con 700/800 € si può mettere le mani su strumenti in grado di soddisfare anche i fotografi più esigenti.
Ma basta questo per fare una buona foto?
No. E tanti grandi maestri lo insegnano.
Terry Richardson, uno su tutti, se ne sbatte allegramente della perfezione formale, del bello costruito ad arte, della location mozzafiato.
Ad esempio lo scatto di Batman e Robin che si baciano, oppure le foto con la cricca di Jackass: sfondo bianco e definizione simile a quella che si otterrebbe con una macchinetta usa e getta.
Eppure rappresentano lo scatto perfetto.
Si può cogliere la grandezza dell’artista anche sfogliando il magazine on line Richardsonmag. Prendiamo il servizio dedicato ad Annie, nel numero A2. Il messaggio di Terry Richardson è chiarissimo: me ne fotto della perfezione, sono altre le cose che fanno di una foto, una bella foto. E della perfezione se ne disinteressa talmente da farci conoscere anche quali sono gli shot che ha scartato, cancellandoli con un pennarello, e quelli che non lo convincono del tutto. Non contento inserisce nella serie due elementi di disturbo: due attempati naturisti e un David Hasselhoff, versione Baywatch, connotato da un make up molto femmineo che gli conferisce un aspetto plastificato.
La lezione di Terry Richardson è inconfutabile: non è lo strumento o la tecnologia a determinare la bravura di un fotografo ma il suo estro, la sua sensibilità, il suo saper cogliere.
In curiosa attesa del nuovo numero di Richardsonmag, strizzo l’occhio alla mia fotocamera sulla scrivania, promettendole follie.

15. Luglio 2007

Vade retro suor Letizia

Vade retro, arte e omosessualità Mi stavo organizzando per andarla a vedere questa Vade retro, arte e omosessualità e mi dispiace immensamente che sia stata cancellata. Avrei dovuto immaginarlo che sarebbe finita così: prima la querelle sul nome (il primo titolo proposto era Froci, troppo forte, di seguito era stato pensato Ecce (H)omo, accantonato per il riferimento religioso troppo provocatorio) poi la limitazione ai minorenni.
Non mi pareva vero di aver a solo un paio d’ore di macchina le opere dei miei eroi David LaChapelle, Nobuyoshi Araki, Nan Goldin, Timothy Greenfield-Sanders, Andrés Serrano, Helmut Newton, Erwin Olaf per citarne alcuni. Senza contare che sarebbe stata un’ottima occasione per avvicinarmi ad altri artisti.
Invece è saltato tutto. Vaffanculo.

Wilhelm von Gloeden, Nudo maschile, 1900 caMichele Serra su Repubblica di oggi:

Al netto delle ciance politicanti, e delle spassose baruffe tra “suor Letizia” e il suo vivace scudiero Sgarbi, la soppressione della mostra milanese su arte e omosessualità è una pagina nera. La frase “a Milano non ci sono le condizioni, proveremo altrove” suona come una assurda retrocessione di Milano (molti anni fa tra le vere capitali della cultura europea) al rango di borgo bigotto. Milano sazia e disperata: sazia di quattrini e di traffico, di smog e di vetrine, disperata perché costretta a ingoiare il gesto profondamente anticulturale e antiliberale di una censura così morbosa, e così ridicola, da far dire agli organizzatori della mostra “forse riproveremo a Savona”, che come è noto è una rutilante Sodoma cosmopolita, e sta vivendo un momento di febbrile vivacità culturale che tutto il mondo ci invidia.
Dicevano le avanguardie, molti anni fa, che la cultura italiana non riusciva a guardare oltre Chiasso. Ripiegheremo su Savona? Colonne di milanesi ribelli imboccheranno l’autostrada dei Fiori per vedere le opere indegne di essere esposte a Milano? E le opere stesse, che cosa hanno di così oltraggioso da essere caricate sui Tir e portate fuori le mura, come rifiuti speciali da smaltire a distanza? Arte degenerata, siamo di nuovo a questo? Sì, siamo di nuovo a questo.