16. ottobre 2008

Alberto Moravia, Il viaggio a Roma

Mario, giovane studente universitario, dopo la morte della madre, con cui viveva a Parigi, torna a Roma per riabbracciare il padre, con cui non ha contatti da 15 anni.
Questo viaggio si trasforma per il protagonista in una riscoperta delle proprie radici ed un tentativo di risolvere traumi infantili irrisolti. A partire dal rapporto con la madre, che il piccolo Mario una volta sorprese a consumare uno dei tanti tradimenti proprio sul divano di casa. La variegata galleria di figure femminili (l’enthusiasteen Alda e la sua colta madre Jeanne che ricordano molto Elaine e signora Robinson ne Il Laureato, Esmeralda versione MILF, Oringia la bella straniera) che Mario frequenta non fungono solo da termine di paragone con la defunta madre ma in qualche modo dovrebbero sottostare ad una messa in scena dal sapore incestuoso per ripagare il torto subito nel aver dovuto assistere al tradimento della madre.
Per i temi trattati potrebbe essere in qualche modo considerato la continuazione di Agostino, uno dei più grandi capolavori di Alberto Moravia. Ritornano infatti prepotentemente l’incestuoso complesso di Edipo e l’adolescenza tormentata, intesa come perdita dell’innocenza. Ma c’è un ritorno anche ai temi già scandagliati in L’uomo che guarda, ovvero l’amore e il tradimento, l’infedeltà e la gelosia.
Moravia più che uno scrittore sembra un’orologiaio per la precisione con cui sonda gli stati d’animo, le paure e i desideri dei suoi personaggi: la dimostrazione che per essere un valido scrittore bisogna essere un buon osservatore ma soprattutto un attento conoscitore della psiche. Non è un segreto che Alberto Moravia fosse estremamente affascinato dalle teorie di Wilhelm Reich, discepolo di Sigmund Freud.
Ad impreziosire le trame raccontate dal grande scrittore romano ci sono i versi di Guillaume Apollinaire che Mario da appassionato di poesia cita in continuazione, e i continui riferimenti ai giardini di villa Balestra che sorgono tra i Monti Parioli e via la Flaminia, testimoni involontari di tutte le vicende salienti.
Il viaggio a Roma fu dato alle stampe nel 1988. A rileggerlo oggi non si può non essere colti da un moto di affettuoso trasporto per un modo di scrivere filologicamente perfetto e stilisticamente ineccepibile: ti fa rendere conto quanto sia cambiato in vent’anni il modo di scrivere e quanto si sia imbastardita la scrittura dei vari federicomoccia.

3 commenti

1. Daniele Verzetti, Rockpoeta il 16. ottobre 2008 alle 1:29 pm dice:

Federico chiiiiiii??????????

Concordo con te, oggi si pubblica di tutto, anzi non è esatto, si pubblica soprattutto spazzatura salvo rare eccezioni.

Ciao Richie
Daniele

2. Alex il 16. ottobre 2008 alle 4:51 pm dice:

ah… fossi capace di leggere i grandi scrittori…
questo è un articolo dotto, che richiede chi si approcci a discuterne con te, capacità di interpretazione di tali pensieri. E allora non mi dilungo, ma, faccio presente a chi indica nei blog solo una smania paragiornalistica di avvicinarsi a “pochi” e non completamente riconosciuti veri interpreti della capacità di trasmettere conoscenza.

ciao Richie
Alex

3. Artemisia65 il 22. ottobre 2008 alle 9:40 am dice:

Moccia? bahhh

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