Una dichiarazione d’ amore

Nubole, famoso per le sue dichiarazioni, questa volta cominciò così: “T’amo, t’ho sempre amata, è una generazione che t ‘amo: prima ti amava mio nonno poi mio padre ed ora io. Ti sposerò e ti porterò in un paesino d’alta montagna, al mare in campagna o sull’ ago, in un’ ampia cruna con tanti cammelli, staremo lontani dal resto del mondo, senz’acqua gas luce, nessun agio, avremo dei bambini, li farò fare tutti a te …
Amore, più i giorni passano e più mi sembra che non sia domenica. Ricordo quella domenica quando tu mi soffiasti il naso con le tue mani e mi dicesti: “Sfogati, l’influenza non guida l’autobus, l’influenza è passeggera”, e mi mettesti una ghirlanda di ghiri intorno al collo, e io in preda al panico ripiombai sulle tue vesti strappate per sentire ancora il profumo della carne e l’aroma delle spezie: è bello farlo vicino a un barbecue.
I tuoi boccoli biondi sembravano fili di rame della spina di un abat-jour che illumina un’orgia; il tuo seno mi ricordava quello della mia ragazza. In quel momento io vedevo sesso anche sugli alberi (quindi guai se avessi raccolto della frutta) intanto il mio eros si materializzava e diventava un maggiordomo a cui obbedivo come un padrone stupido; egli mi portò da te in auto, appena ti vidi cominciai a mangiarti con gli occhi parlarti con le orecchie baciarti col naso guardarti col mento, tu mi dicesti “mostro”, io ti dissi “sì mostrami tutto”, fammi vedere quello che gli dei chiamano Olimpo del piacere, quello che gli Eschimesi chiamano il grande igloo e che gli indiani chiamano la luna spaccata; che un pasticcere potrebbe chiamare mont blanc, che gli alpini chiamano mazzolin di fiori, ma che mio nonno fruttivendolo chiamava la prugna.
Senza di te io sono scarpa senza piede, osso senza scheletro, tromba senza mangiatore di fagioli, stalla senza porco, bicchiere senza fondo, aneurisma senza risma, piano senza forte, lupo senza pelo e senza vizio, ciuccio senza neonato, orfano senza genitori e senza genitali, orologio senza polso, indiano scrivano senza penna. La tua pelle è come la pelle di una pesca vellutata, che ha la pelle come quella di un neonato con la pelle vellutata come una pesca, che ce l’ ha vellutata come quella di un neonato che pensa “ma che paragoni dei piffero”.
Le tue scapole mi ricordano mia cognata che non si è mai sposata perché ha un cuore duro; un cuore che fa rima con rumore, lo stesso rumore che fa il mio cuore quando batte perché vuole uscire ma nessuno lo sente allora smette di battere e io muoio d’amore per te, che sei la pupilla di un fiore su cui si posa un calabrone che dice “Ma questo è un occhio. Dove sono, non mi sarò perso… porca clorofilla!”, e mentre dice queste cose viene spinto lontano dal vento di zerbino, quello stesso zerbino su cui mi genufletterò davanti a te che sei l’unica capace di farmi volare con le mani ma incapace di farmi atterrare, quindi una catastrofe.
Però è bello soffrire per te, è un po’ come ungere l’impugnatura di una stampella di un simpatico handicappato che cade e ci ride sopra e tu mi ridi sopra; dato il tuo peso sarebbe meglio mi sorridessi di fianco, ma è tutto bello quello che fai come quando mi levi i pantaloni senza levarmi le bretelle e a me sembra di guardare una fionda al microscopio”. Alla fine questo in parole povere era il succo (e lei se lo bevve). lo ricordo comunque che terminata questa breve dichiarazione d’amore Nubole fu allegramente rinchiuso in una casa di cura.
Le balene restino sedute (1989), Mondadori
Principessa, se mai ce ne fosse stato bisogno…
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5:12 pm |
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2 commenti
1.
e* il 03. settembre 2006 alle 12:26 am dice:
credo ci sia bisogno di una cura, di proteggerci dalle paure e dalle ipocondrie.(a hug)e*
2.
p.s.v. il 04. settembre 2006 alle 3:37 pm dice:
grande