12. May 2008

La lezione di Terry Richardson

Annie by Terry RichardsonAcquistare una macchina fotografica seria, ad alta definizione, magari una reflex digitale da 10 megapixel, è una spesa ormai alla portata di quasi tutti: con 700/800 € si può mettere le mani su strumenti in grado di soddisfare anche i fotografi più esigenti.
Ma basta questo per fare una buona foto?
No. E tanti grandi maestri lo insegnano.
Terry Richardson, uno su tutti, se ne sbatte allegramente della perfezione formale, del bello costruito ad arte, della location mozzafiato.
Ad esempio lo scatto di Batman e Robin che si baciano, oppure le foto con la cricca di Jackass: sfondo bianco e definizione simile a quella che si otterrebbe con una macchinetta usa e getta.
Eppure rappresentano lo scatto perfetto.
Si può cogliere la grandezza dell’artista anche sfogliando il magazine on line Richardsonmag. Prendiamo il servizio dedicato ad Annie, nel numero A2. Il messaggio di Terry Richardson è chiarissimo: me ne fotto della perfezione, sono altre le cose che fanno di una foto, una bella foto. E della perfezione se ne disinteressa talmente da farci conoscere anche quali sono gli shot che ha scartato, cancellandoli con un pennarello, e quelli che non lo convincono del tutto. Non contento inserisce nella serie due elementi di disturbo: due attempati naturisti e un David Hasselhoff, versione Baywatch, connotato da un make up molto femmineo che gli conferisce un aspetto plastificato.
La lezione di Terry Richardson è inconfutabile: non è lo strumento o la tecnologia a determinare la bravura di un fotografo ma il suo estro, la sua sensibilità, il suo saper cogliere.
In curiosa attesa del nuovo numero di Richardsonmag, strizzo l’occhio alla mia fotocamera sulla scrivania, promettendole follie.

08. May 2008

Esempi di Web 2.0 fuori dalla “scatola”

Lycia IntimaOrmai sono leggendarie le intuizioni di Paul The Wine Guy che nella rubrichetta IT everywhere (Informatica ovunque, traduzione di Richie) propone esilaranti riletture dei simboli e delle icone dell’informatica in contesti che nulla hanno a che vedere con i byte e i suoi multipli. Solo un esempio: un’edicola con l’affresco sbiadito di un santo, dove in alto a destra trovano posto anche i pulsanti per ridimensionare e chiudere la finestra (che in ambito informatico indica la porzione di video che delimita l’applicazione in esecuzione).
Forse Paul The Wine Guy non ne sarà al corrente però ci sono esempi concreti di applicazioni dei concetti Web 2.0 fuori da quella strana scatola con i tasti.
Osservate attentamente la confezione del prodotto nella fotografia (clicca per ingrandire) qui a fianco: la grafica non è forse l’esemplificazione perfetta di una tag cloud (la rappresentazione visiva del grado di importanza delle parole chiave)?
Vi voglio segnalare anche un altro tentativo di applicare i parametri Web 2.0 fuori dal loro ambito nativo: di prima mattina, su Radio2, va in onda Il Ruggito del Coniglio, un programma che basa il suo successo sull’interazione con gli ascoltatori.

Marco Presta (uno dei due conduttori): “E ora sentiamo Caterina da Potenza”
Caterina da Potenza: “Chiamatemi pure Catepol

Di seguito la bloggeuse ha confessato in diretta nazionale di tenere uno dei blog più letti in Italia. I due conduttori giustamente hanno accolto la notizia con il minimo sindacale di entusiasmo. L’autoreferenzialità tipica dei blogger massaggia l’ego degli stessi però purtroppo non cambia le sorti di una nazione e soprattutto alla radio non funziona per niente: me la immagino la famosa casalinga di Voghera che ascolta la radio mentre sta curando la sua igiene personale (magari con Lycia Intima): “Blog? Catepol? Ma cos’è sta roba?”.
Peccato che nel podcast della trasmissione sia stata tagliata la sua telefonata: tutti dovevano godersi l’esibizione della Catepol nazionale che canta “Maglietta di qua, maglietta di là” sull’aria di Grace Kelly di Mika.

02. May 2008

Come l’ombra

Come l’ombraAmbientato in una Milano resa silenziosa dalle ferie d’agosto il film scruta l’esistenza di Claudia, trentenne single, un buon lavoro e appartamentino confortevole nei pressi del centro. Claudia si lascia scorrere addosso la vita tra piccoli riti: le lezioni serali di russo, la spesa, il film d’autore, il libro best seller, la visita alla mamma, il fine settimana con gli amici, gli amplessi senza trasporto emotivo, il bucato messo ad asciugare.
Ad incrinare questa ripetività arriva un nuovo insegnante di russo, Boris, intrigante e affascinante, che, finito il corso scompare nel nulla. Ricompare per chiedere un favore a Claudia: ospitare Olga, che lui presenta come cugina. Olga, in principio mal accettata, riesce a creare un’empatica sintonia, una complicità che a Claudia mancava, che sfocia in amicizia. Quando anche Olga scompare misteriosamente, Claudia reagisce come se le fosse tolta una parte di sé, quella parte irrazionale e misteriosa che non aveva mai ascoltato.
E scaverà nella Milano desertificata per cercare tracce di Boris e di Olga…

La regia di Marina Spada è asciutta, lascia spazio a lunghi silenzi, alla lentezza, in un certo senso voyeuristica perchè la cinepresa non è mai una presenza ingombrante ma in disparte, si limita a registrare il susseguirsi delle vicende, senza interferire nella scena. Sono evidenti le influenze di Michelangelo Antonioni e Wong Kar-wai.
Di forte impatto il cast: Anita Kravos (Claudia) è proprio la ragazza della porta accanto, di una bellezza sincera, pure Karolina Dafne Porcari (Olga) che deve incarnare lo sterotipo della bellona esteuropea è bella, senza strafare. Questo permette di apprezzare maggiormente le loro interpretazioni. Ma la protagonista assoluto è la città di Milano, quella multientnica, quella delle insegne dell’Esselunga, quella dei grandi semafori e dei vialoni deserti per via delle vacanze estive, dei non luoghi dove non c’è passato né futuro ma solo l’attimo presente, dove tutto è anonimo.
E’ in questo senso che va interpretato il titolo del film, tratto da una poesia di Anna Achmatova. La stessa Marina Spada afferma: Ho scelto questa frase perché il film mostra persone che vivono per proprio conto, persone che sembrano quasi essere invisibili.
Un ottimo esempio di film a basso budget ma di grande qualità. Consigliato caldamente.

Come vuole l’ombra staccarsi dal corpo
Come vuole la carne separarsi dall’anima
Così adesso io voglio essere scordata

28. April 2008

Il principe azzurro è uno stronzo

Rupert Everett la voce del Principe Azzurro in ShrekIl principe azzurro non esiste.
Il principe azzurro è solo un uomo come gli altri, pieno di difetti come gli altri.
Ma soprattutto non ha la benché minima idea di cosa fare per salvare la principessa.
Uno stronzo come tanti, che se la darà a gambe alla prima occasione.

Consigliato alle donne: La principessa che credeva nelle favole. Come liberarsi del proprio principe azzurro di Grad Marcia, Edizioni Piemme (collana Bestseller). Perchè gli uomini sono davvero stronzi.

Si potrebbe consigliare anche agli uomini: sarebbe bello lo leggessero, imparando qualcosa, soprattutto a non fare più gli stronzi. (Magari fosse così semplice). In realtà la suddetta lettura, nei maschi non sortisce l’effetto sperato.
Io stesso, dopo poche ore aver letto questo libello, trovato sul cuscino del letto di una donna che soffre per uno dei tanti principi azzurri (e che mi ospitava temporaneamente), ci ho messo del mio per rientrare a pieno titolo nella casistica del principe azzurro stronzo.
Forse perché ho letto solo la prima parte.

21. April 2008

Il rocker senza peli sulla lingua

Pino ScottoNon è una questione di gusti musicali: a me per esempio il sound di Come Noi featuring J Ax non dispiace, altri invece lo potrebbero considerare giustamente rumore molesto e la cosa non cambierebbe di una virgola.
Il problema è che da uno che trova il modo per spalare merda su tutto e tutti, numerose sono le testimonianze su youtube, ti aspetteresti un nome cazzuto, il classico nome da rocker incazzato.
E invece niente…
Però come possono essere credibili le critiche gratuite elargite da un tale chiamato Pino Scotto???
Sarebbe tuttavia molto peggio, me ne rendo conto, se con un nome così Pino Scotto di lavoro facesse il fornaio o il cuoco.

17. April 2008

The Garden of Eden

The Garden of Eden #4Vi sono mai capitati per le mani quei libercoli che distribuiscono i testimoni di Geova? L’iconografia propone il pianeta terra trasformato in un mieloso e utopistico Giardino dell’Eden, dove l’uomo finalmente raggiunge l’atarassia e l’aponia.
Non ci sono le passioni sconvolgenti, non ci sono più i bisogni che condizionano le azioni.
E questo sembra valere anche per il regno animale: sovvertita la catena alimentare. Quella storia sul leone, la gazzella e il correre più veloce? Anacronismo.

Insomma, una bella vita di plastica. Sempre se di vita si può parlare. Ma il peggio è che potrebbe durare un’eternità.

Photoset autoprodotto:
The Garden of Eden
Credits:
principessa lunA // editor
the real erre gi // casting

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